Dove i laghi sembrano mare: viaggio in Canada

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Mito da sfatare numero uno: in Canada fa caldo. Cioè, fa freddo in inverno e si arriva anche a -30 C° e oltre; fa freddo a Nord, quello sempre; ma poi ci sono le estati dell’Ontario e del Québec Meridionale, dove si arriva anche a 30 C°, l’umidità è quella della Pianura Padana, la gente mette le infradito e tutti i B&b hanno l’aria condizionata accesa. Mito da sfatare numero due: in Canada ci sono tanti laghi. In realtà, di laghi ne hanno miriadi. Solo che non sembrano laghi, sembrano mari. E alcuni fiumi, tipo il San Lorenzo, sembrano laghi che sembrano mari. Insomma, in Canada sembra sempre di avere un mare immenso davanti, un mare che ti sta a guardare e ti prende in giro dicendoti: “Mica crederai davvero che io sia un laghetto qualunque?”. Mito da sfatare numero 3: in Canada si parla inglese. In Canada si parla inglese, in effetti; e francese, in Québec; e poi la gente mischia le due lingue, fa risuonare accenti dell’una e dell’altra, prende in prestito espressioni, crea calchi, rimescola. Quindi in realtà forse non si parla né inglese né francese, ma un territorio di mezzo che è un territorio prima di tutto culturale, e poi anche linguistico.

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Mito da sfatare numero quattro: in Canada si mangia male, perché alla fine sarà come in America. Che dire? In Canada si mangiano gli hamburger, vero (e a volte sono proprio buoni). Ma l’influenza francese e inglese (così come le lingue) si sono mescolate, e può capitare di assaggiare pancakes la mattina e foie gras la sera, di mangiare il pesce sulla costa e la carne d’alce nell’entroterra. Bisogna aver voglia di assaggiare, sperimentare – entrare in tutti i meravigliosi ristoranti delle città e parlare con i produttori locali. Per realizzare sogni tipo il mio: scoprire come si produce lo sciroppo d’acero dal vero. Poi, certo, c’è anche la poutine: ma di questo parleremo dopo.

PRIMA TAPPA – ALGONQUIN PARK

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L’Algonquin Park è il parco che vi immaginate se pensate al Nord America. Abeti, uno via l’altro fino a dove sfuma l’orizzonte: in mezzo, un’unica strada che lo attraversa; a destra e a sinistra, i sentieri in cui ci si perde per ritrovarsi. Sono sentieri tra gli aceri da zucchero, tra i pini, lungo i laghi e lungo i fiumi, tra le zanzare che bisogna scacciare via in una nube d’insetticida; sentieri in cui – se ci si addentra molto – potrebbe anche capitare di incontrare un orso o un alce. Noi gli orsi e gli alci non li incontriamo, ma iniziamo ad assaggiare quel senso di calma intenso che pervade ogni angolo di Canada in cui la natura ridiventa protagonista.

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E poi, proprio nel bel mezzo dell’Algonquin Park, ci si ritrova nel meraviglioso resort di Arowhon Pines. Se qualcuno ha visto Mrs Maisel si ricorderà il resort della seconda stagione: ecco, qualcosa del genere – un po’ di surreale follia ma anche moltissima bellezza.

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Ci sono le canoe, ci sono gli chalet, c’è la veranda dove ci accomodiamo a sorseggiare una tisana in attesa della cena speciale che ci siamo regalati, ci sono i colibrì che vengono a abbeverarsi, ci sono i ricchi che si tuffano e noi che li guardiamo; c’è tutta quella pace; e poi suona la campana e si entra nella sala tutta legno, dove il buffet di benvenuto è una mescolanza di sapori che ricrea il mondo intero, costolette allo sciroppo d’acero, cuori di palma e insalata dell’orto.

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Ci guardiamo attorno con meraviglia, non capiamo tutto, ma capiamo il buffet dei dolci e ci tuffiamo sulle meravigliose butter tarts, scrigni che racchiudono una crema burrosa e dolce. Poi saliamo di nuovo in macchina (con qualche dolcetto in più nella borsa) e attraversiamo quell’unica strada verso il tramonto.

(Se passate dall’Algonquin Park fermatevi a Huntsville per rifornirvi di pie e dolcetti nella panetteria di paese, la Whimsical Bakery; e tornateci la sera per un hamburger o un fish and chips di quelli abbondanti e perfetti al centralissimo The Mill on Main).

SECONDA TAPPA – MONTRÉAL

Proseguiamo verso est e facciamo una breve sosta a Ottawa, la capitale, una città di viali ampi, chiese dal tetto argento, monumenti imponenti, un immenso ragno di Louise Bourgeois e un Parlamento che sovrasta la città dalla collina.

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Mentre il vento soffia e porta un temporale, per poi far tornare il sole, non perdetevi il meraviglioso Byward Market, con le verdure in piccoli cestini che quasi sembrano gioielli.

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Fate tappa da Lapointe per un fish and chips freschissimo e provate in un chiosco la famosa beaver’s tail, la coda di castoro: un dolce fritto ricoperto di zucchero che potrebbe ricordare un po’ il krapfen, ma senza ripieno. Ce ne sono versioni ricoperte di ogni possibile salsa, ma la classica con lo zucchero conforta e lascia dolcezza sulle labbra, che male non fa – dopo un lungo viaggio.

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E viaggiando arriviamo a Montréal, città dalle mille anime. C’è l’anima della città vecchia, con l’Hotel de Ville e il porto e le viuzze; c’è l’anima del Plateau, con le scale a chiocciola e quelle davanti all’ingresso, con le casette da fotografare una dopo l’altra, l’edera, le biciclette e i giovani super hippie; c’è l’anima del Village, con le coppie gay e le luci colorate e il Pride e gli spogliarelli; c’è l’anima di Mont Royal, il parco da cui si vede tutto, oltre i grattacieli, in cui si pratica yoga e si osserva con un poco di distanza una città che forse non ci si ferma a guardare per i monumenti ma che certo sa vivere e affascinare, poco a poco, ristorante dopo ristorante.

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Da non perdere Olive+Gourmando, sandwicherie e panetteria che offre panini che non sono panini ma pasti interi e che sì, costano un po’, ma non ce li si dimentica più. Noi mangiamo quello ai tre cheddar, che unge le mani e riempie di gioia le papille: siamo seduti su una panchina, inizia a piovigginare, teniamo l’ombrello e il ketchup fatto in casa e la guida e un poco ci bagniamo anche, ma il mondo non è mai stato così perfetto. La sera proviamo le insalate pazzesche e le verdure meravigliose del Café Parvis, tra vasi di piante sospese e lucine calde: il formaggio di capra con le carote, l’hummus e la glassa di aceto.

Ma se andate a Montréal l’unico posto che davvero non potete perdere è il ristorante Au pied de cochon. Sembra uno dei tanti locali o pub del Plateau, con i tavoloni di legno, i camerieri veloci, la vista sulla strada. Ma lo chef Martin Picard è stato capace di creare una magia e – in un’atmosfera del tutto informale – serve foie gras e altre delizie da condividere per la gioia dei sensi (e le porzioni sono così abbondanti che condividere diventa un obbligo!).

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Noi proviamo la morbidissima mousse di fegato di selvaggina servita con sciroppo d’acero e pane croccante, le crocchette di foie gras che spariscono in un secondo, la torta di sanguinaccio e foie gras che si scioglie in bocca, il loro spezzatino alla birra, il pouding du chômeur – un semplice dolce a base di pane e sciroppo d’acero. Non c’è nulla per donzelle, ma tutto è perfetto, tutto è delicatissimo e si potrebbe continuare a essere nutriti così per sempre, se non si rischiasse il collasso per il colesterolo.

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TERZA TAPPA – QUÉBEC CITY

Lasciamo Montréal alla volta di Québec e facciamo tappa nella zona dei Cantons-de-l’Est, a Frelighsburg – minuscola cittadina sulla strada dei vini famosa per il vecchio negozio Les sucreries de l’érable che prepara la celebre tarte allo sciroppo d’acero. Diamo un’occhiata alle casette, al ruscello, prendiamo un bagel e poi ci gustiamo la torta allo sciroppo d’acero con il suo ripieno godurioso e morbido.

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Di Québec, poi, ci innamoriamo subito: le mura della città vecchia, le strade acciottolate, la Terrasse Dufferin che dà sul San Lorenzo e sullo Château Frontenac (l’hotel più fotografato al mondo), la città alta e la città bassa, le vie che sembra di stare a Parigi e a volte in Germania, i fuochi d’artificio sul fiume, gli artisti di strada, il municipio e le fontane – dove pranziamo gustandoci le delizie di Paillard, la panetteria più amata dagli abitanti di Québec.

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La sera non possiamo perderci Chez Boulay, dove gli ingredienti raccontano il territorio del Canada con coraggio, onestà e soprattutto creatività: capesante della Gaspésie, alghe, olivello spinoso, canne di palude – con elaganza, gusto, perfezione. La cena migliore di tutto il viaggio, senza alcun dubbio.

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Ma noi non dormiamo a Québec. Noi dormiamo a una ventina di minuti dalla città, su l’Île d’Orléans, un piccolo paradiso che si affaccia sul meraviglioso San Lorenzo tra campi, nuvole, spiagge, maree e aziende che producono sidro e formaggi. È l’isola perfetta in cui perdersi se si ama il buon cibo, una degustazione dopo l’altra, fino a dimenticarsi del biglietto del ritorno.

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Ed è proprio lì che incontriamo Richard Boily e si realizza il mio sogno. Richard è un piccolissimo produttore di sciroppo d’acero, che nella sua cabane à sucre ci fa assaggiare, ci mostra, ci racconta. Lo sciroppo si produce a partire dalla linfa zuccherina degli aceri da zucchero, che gli alberi rilasciano tra marzo e aprile – quando ancora c’è la neve, quei giorni speciali in cui sgela e poi gela di nuovo. Una volta si raccoglieva con i secchi, ora ci sono piccoli tubicini che collegano gli alberi. Poi si mette la linfa ad addensare negli evaporatori ed ecco lo sciroppo, che lasciato ancora addensare dà il burro d’acero e – infine – lo zucchero. Noi compriamo barattoli su barattoli e io sono felice come una bimba.

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Poi riprendiamo l’auto, facciamo un pic-nic degustando il sidro del Domaine Steinbach e infine la cassis di Monna e Filles.

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Il paradiso, per me, è un giorno sull’Île d’Orléans: specialmente se si torna a dormire Dans les bras de Morphée e le colazioni sono tre portate preparate dall’ex chef Marc che ci vizia ogni mattina con i prodotti dell’orto, gli yogurt fatti in casa, i formaggi.

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QUARTA TAPPA – PARC NATIONAL DU BIC

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E qui è dove la protagonista s’innamora: delle baie, delle basse maree, dei tramonti sul lago che in realtà è un fiume che forse è un mare, delle foche che sono così vicine alla riva, dei colori, della quiete, delle pinete, dei licheni sui rami, dell’acqua infinita, di tutti quegli abeti visti dall’alto, dello spazio immenso, del silenzio, della possibilità di rallentare, di fermarsi, di guardare e basta, di abbracciarsi vicino al caminetto.

Siamo in uno chalet in mezzo al bosco. La mattina nel pollaio ci sono le uova, la sera prendiamo le erbe aromatiche nell’orto e poi camminiamo fino alla battigia. Ci fermiamo a guardare il tramonto tutte le volte che è possibile guardarlo, ci facciamo la doccia e dalla finestra si vedono solo foglie, le braci si spengono lente, ci innamoriamo di tutto, ci innamoriamo di nuovo. Non c’è da aggiungere molto, perché l’amore toglie le parole – si sa. Mangiamo pasta al pomodoro cucinata da noi e il resto non importa.

QUINTA TAPPA – THOUSANDS ISLANDS

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L’ultima tappa è un ritorno all’Ontario e all’inglese, nella zona in cui il San Lorenzo ospita migliaia e migliaia di piccole isolette dove i ricchi hanno costruito casa, tra bandiere americane e bandiere canadesi, perché qui siamo sul confine – l’acqua è il confine – e c’è persino un ponte che l’attraversa. Per veleggiare tra le Thousands Islands i migliori punti di partenza sono Gananoque e Brockville, piccola incantevole cittadina in cui ha aperto da poco un pub moderno e super local, la Thousands Islands Brewery, dove servono ottimi sandwich, panini e birra del posto.

Ci spostiamo poi verso la Prince Edward County, anche qui cottage e laghi, e ci fermiamo per un ultimo indimenticabile pranzo sul Lake-on-the-Mountain, un antico lago sacro che nessuno ha ancora capito da dove si alimenti; un luogo di quiete, con il vento che soffia e porta un’incredibile senso di pace. E proprio lì, a pochi passi dal laghetto, c’è The Inn, bistrò con cose fatte in casa buone buone e tutte tipiche, frequentatissimo in estate con lo splendido dehors che si affaccia sull’acqua.

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Ed è qui che sì, finalmente, vi parlo della poutine. La poutine è il cosiddetto piatto nazionale: patatine fritte, ricoperte di sugo d’arrosto e formaggio; il tutto si scioglie e si mescola insieme, creando quella che gran parte delle volte – diciamolo – è una poltiglia. Il piatto l’ha inventato un camionista, ma si è poi diffuso – e ora le varianti comprendono perfino la poutine all’aragosta. Non è un piatto gourmet, ma piuttosto da adolescenti-post-sbornia, tuttavia non si può lasciare il Canada senza averlo provato. Il consorte, coraggioso, ne prova tre versioni, e alla fine decretiamo vincitrice quella di The Inn con patate croccanti, spezzatino gustoso e sapori che si amalgamano con cura. Detto ciò, la poutine resta per me un pezzo di Canada che non comprendo del tutto – e preferisco tuffarmi sulla meravigliosa pecan pie al bourbon o sull’ultimo pouding chômeur del viaggio.

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Infine, rifocillati, ci spostiamo verso Toronto – facendo tappa al Sandbanks Provincial Park, dove troviamo un paesaggio ancora diverso a sorprenderci e a dirci: non avete ancora capito un bel niente, qui è tutto da scoprire, tutto da esplorare. E allora camminiamo sulla spiaggia piena di gente che fa il bagno, corriamo sulle dune e poi riprendiamo l’auto e ci fermiamo per un’ultima foto al Lake Ontario, così immenso e azzurro che continua a sembrarci un mare, il nostro mare inventato e bellissimo che se chiudo gli occhi riesco ancora a vedere.

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