Lo spazio che ci manca: viaggio in Australia

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L’Australia è prima di tutto spazio, lo spazio tra una città e l’altra, vuoto di auto e pieno di eucalipti; lo spazio dell’Oceano che si allarga; lo spazio del cielo che ti circonda come la cupola di una chiesa blu oltremare e di tutte quelle stelle che lo traforano come uno stencil dietro cui c’è la luce; lo spazio di distese di sabbia senza fine, che si prolungano seguendo la costa. Lo spazio che noi non abbiamo mai occasione di conoscere, tanto che quando lo incontri un po’ ti spaventa perfino, così grande e intenso e vero.

Vasto e intenso quanto la cucina, che scavalca i confini e travalica nazioni. Primo assunto, infatti: L’Australia è un crogiolo, il famoso melting pot di culture di cui tanto si straparla. E la cucina deriva necessariamente da questo primo assunto. Per questo, oltre alle radici britanniche, è possibile trovare in una sola città (anzi, in una sola via) cucina vietnamita, thailandese, indiana, greca, italiana, filippina, giapponese e magari anche spagnola. L’immigrazione è stata tanta, prima dalla Cina, poi dall’Europa e infine da tutto il sud est asiatico. E a ogni immigrazione si è aggiunto un ingrediente, che è possibile assaggiare soprattutto in città come Sydney.

PRIMA TAPPA – SYDNEY

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Che poi, quando pensi alle città d’Australia, è sempre lei che ti viene in mente: con la sua Opera House che si affaccia elegante sul porto, quelle vele bianchissime contro il cielo azzurro, i grattacieli che coprono il sole fin dal primo pomeriggio, i Botanical Gardens con alberi che fanno scendere radici dai rami e le meravigliose spiagge da surf. E a Sydney di contaminazioni e incroci ce ne sono a ogni angolo.

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Per esempio da Long Chim, che porta l’autentica cucina thai in città, e lo fa in un locale industrial ma carico di calore, barattoli di spezie alle pareti e cucina a vista in cui si spadella senza soluzione di continuità. A cena si spende un pochetto, ma il bello è che a pranzo bowl+bevanda costano solo 25$. Noi proviamo i noodles di riso con broccoli cinesi, salsa di soia, uova e arachidi e li accompagniamo con una soda allo zenzero. Ci sono le spezie, ma soprattutto c’è la grinta.

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Oppure da Ippudo. Da Ippudo ci vai se vuoi mangiare ramen. Punto. Perché, come da buona tradizione giapponese, ci sono ristoranti che fanno solo sushi e ristoranti che fanno solo ramen. Ippudo, poi, è dentro un enorme grattacielo-centro commerciale in cui due piani sono solo dedicati al cibo. E sì, è vero: è strano mangiare in un grattacielo che è un centro commerciale ed è strano entrare in un ristorante che fa solo ramen ed è ancora più strano entrare in un posto in cui tutti ti salutano in coro. Ma diamine se ne vale la pena. (Cos’è il ramen? Noodles serviti in brodo con verdure, pollo o maiale, uova sode, e svariati condimenti tra cui semi di sesamo e germogli di bambù. Per mangiarli si risucchia, ci si sbrodola e certo non si figura nel red carpet dell’eleganza, ma è una vera GODURIA).

Oppure ancora: Spice Alley. Una via chiusa da un cancello che rivela una serie di chioschetti comme il faut in Asia e i rumori, i colori, i profumi che ti confondono la vista e quasi non sai cosa scegliere. Si ordina, ci si siede dove si vuole, nel cortile all’aperto, sotto le lampade che scaldano. Noi proviamo Alex Lee Kitchen con i suoi favolosi roti e il pollo speziato al cocco, sapori di Singapore che ci fanno venire voglia di continuare ad assaggiare e non smetterla più.

SECONDA TAPPA – JERVIS BAY

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Pensate all’idea di isola deserta che vi portate dietro da Robinson Crusoe: spiagge bianchissime, una foresta dietro, l’acqua limpida e azzurra e nessun rumore a parte quello degli uccelli e delle onde. Persone: nessuna. È così che ci si sente varcata la soglia del Booderee National Park, tra i più belli di una zona che è già bellissima perché non si fa altro che passare di spiaggia bianchissima in spiaggia bianchissima. Ma il Bodeeree NP è qualcosa di speciale, un luogo incontaminato in cui sembra di essere i primi esseri viventi che scoprono il pianeta, tra distese di oceano, canguri che saltellano, delfini all’orizzonte e arbusti incendiati dal fuoco.

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Ecco, se morite dalla voglia di sentirvi perfetti Robinson Crusoe senza rinunciare a una buona cena il posto ideale è Huskisson, nel bel mezzo di Jervis Bay, un paesino con un cinema che sembra uscito da un film di Wes Anderson e alcuni ottimi ristoranti in cui mangiare.

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Se volete uno spuntino veloce fate tappa alla Huskisson Pie Bakery, dove vi aspettano le classiche pie ripiene, con una crosticina croccante che racchiude ogni ben di dio: spezzatino, funghi, formaggio. Magari concludete con un lamington, dolcetto morbidissimo come un cuscino di pan di spagna rivestito di cioccolato e cocco, che a solo parlarne mi vien voglia di materializzarne uno qui, ora e adesso.

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Per cena provate il Wild Ginger, che offre ottima cucina thai con un menù a 35$ (antipasto, primo e dessert). Noi assaggiamo una delicatissima pancake in stile cinese con anatra arrosto e proseguiamo con un persico al vapore accompagnato da curry speziato. Ottimi anche i dolci, di ispirazione inglese: brownies con gelato e banana pudding con salsa al caramello salato.

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Per chi invece preferisce la cucina Mod Oz (modern Australian) da non perdere The Quarters, con ottimo comfort food e splendide serate a tema, come quella hamburger che proviamo noi: burger grandi come facce, salse fatte in casa e perfino un’ottima versione vegan con salsa al pesto e funghi croccanti.

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La chicca, però, la trovate spostandovi un po’ verso l’entroterra, superando strade che se è sera sono buie buie, senza un lampione: ma ne vale la pena quando vi ritroverete davanti alla Cupitt’s Winery sotto un cielo pienissimo di stelle che così piene non sono nemmeno le autostrade verso sud i primi di agosto. Come dice il nome, Cupitt è prima di tutto una vineria (l’Australia ha una grande tradizione di vigneti, un po’ come stare nelle Langhe) e i vini si possono assaggiare al tramonto con i loro formaggi. La cucina, poi, è ottima, in una cornice così romantica che ci fanno anche i matrimoni. Non perdetevi il pesce e la loro spettacolare key lime pie. Le candele sono tutte accese, le stelle brillano e ci si ama ancor di più.

TERZA TAPPA – GIPPSLAND

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Proseguendo verso sud vi inoltrerete nel Gippsland, dopo aver viaggiato per ore tra foreste di eucalipti senza incontrare anima viva. La chiamano anche Gippsland Riviera, perché l’Oceano s’insinua dolce in insenature con barchette, pontili e cigni neri. Qui in zona, tra l’altro, c’è anche Raymond Island, che ospita una nutritissima comunità di koala in libertà.

Dopo aver fatto amicizia con i dormiglioni ghiotti di eucalipto fermatevi a Paynesville, sulla via del ritorno, a mangiare al Pier 70 che dà sull’acqua e che offre ottimo fish & chips ma anche zuppe e vellutate in un ambiente elegante e piacevole.

Cena, invece, al caratteristico Metung Hotel che ha l’aspetto di un pub di quelli veraci con ordinazione al banco, ma piatti ben preparati, pesce fresco e un’ottima attenzione alle materie prime. Se c’è, prendete il barramundi grigliato.

Se invece avete voglia di qualcosa di più esclusivo potete provare The Loft, un vecchio fienile riconvertito a ristorante: vi coccoleranno con filetto di maiale, mele e fichi o con pollo farcito al brie e alle mandorle. E per dolce non perdetevi la panna cotta al caramello salato. Tutti i prodotti sono locali e, diremmo qui, km 0.

QUARTA TAPPA – MELBOURNE

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Lo capirete subito, che Melbourne è una città da vivere: sui suoi tram che sferragliano (gratis in centro), nei vicoli pieni di street art, tra una galleria d’arte e l’altra (gratis anche loro!), in Federation Square, ma soprattutto esplorando i seminterrati, le gallerie e i vicoletti che ribollono di profumi e sapori. Ecco le tappe obbligate.

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Proprio in mezzo alla street art e alla vita notturna c’è il Movida, dove le tapas diventano alta cucina. Spendere si spende, ma bocconi così perfetti non li avete mai assaggiati. Provate le acciughe con sorbetto di pomodoro, le crocchette di spinaci e manchego, l’uovo di quaglia su tortilla di maiale e marmellata di cipolle rosse o ancora l’indimenticabile mackerel affumicato con pinoli e gazpacho. Se poi non foste ancora pieni ci sono le raciones, come l’ottimo pollo con patate.

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Altro must: lo Hu Tong Dumpling Bar. I dumpling, qui a Melbourne, sono una vera e propria ossessione, e questo locale in piena China Town ne ha fatto la sua bandiera entrando in numerose guide. Piccoli fagottini che paiono ravioli, al vapore, fritti o bolliti, ripieni di carne, pesce o verdure. Da noi si dice che una tira l’altra parlando delle ciliegie. Bè, vale anche per i dumpling.

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Da provare anche Gazi, un locale caldo, accogliente e movimentato, dove la movida di Melbourne incontra la Grecia. Provate le dips da condividere insieme: tzatziki, taramosalata, salse piccanti alle melanzane, pita a gogò e magari un bel piatto di pesce per concludere. Ottimi i dolci, imponenti e goduriosi come la Krema Kataifi o la pavlova.

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Per merenda, invece, fermatevi alle Hopetoun Tearooms: il tè arriverà in perfetto stile inglese, e le torte a quattro piani non le dimenticherete più. Davanti alla vetrina c’è sempre la coda, soprattutto quando si intravede la Victoria Sponge Cake al limone e sambuco. Da non perdere.

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E poi, per chi ha voglia di tuffarsi nell’Australia vera, c’è l’indimenticabile e imperdibile Charcoal Lane: ristorante che usa ingredienti del bush e del deserto, quelli che raccoglievano e cacciavano gli aborigeni, per creare una nuova cucina australiana che parta dalle radici, dalla terra su cui si sono innestate così tante tradizioni, ridando spazio a ingredienti dimenticati. Noi proviamo il filetto di canguro alla griglia, noce di sandalo, warrigaal (una sorta di spinacio) e riduzione di rosella (fiori dolci e rosso scuro); il wallaby con prosciutto e purea di patata dolce, rosella e vino rosso; e ancora il parfait al cioccolato e pepperberry (una bacca che pizzica come pepe), con coulis di lime rosso, sorbetto alla ciliegia della foresta pluviale e gelato al mirto australiano. Tra l’altro, Charcoal Lane aiuta giovani aborigeni a inserirsi nel mondo del lavoro – quindi, come direbbe qualcuno: buono, pulito, giusto.

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P.S. Se riuscite a conquistarvi qualche giorno in più, fate un salto sulla meravigliosa Great Ocean Road, dove le onde si infrangono su una costa spettacolare, faraglioni di roccia rossa e arancio digradano su spiagge immense e la marea rivela o si porta via intere spiagge.

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Provate le mega colazioni di Bank St & CO a Port Fairy, soprattutto i toast con avocado, patate dolci e uova in camicia. E se vi viene voglia di un buon hamburger, fate tappa da Bottle of Milk: carne di qualità, pane biologico e oltre 14 tipi di hamburger. Ordinate, aggiungete anche un milkshake, gustatevelo sulla spiaggia. Poi fate una deviazione verso l’interno, alla cascata Erskine: vi basteranno 10 minuti di macchina e pochi km per ritrovarvi immersi nella foresta pluviale.

QUINTA TAPPA – GOLDFIELDS

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Questo è il regno in cui nel 1800 l’oro si trovava scavando con un cucchiaio. E le città portano ancora i segni di quell’epoca, sparse in una campagna in cui gli alberi sono pochi, le pecore tantissime e la terra è rossa come solo qui in Australia. Che le città siano maestose come Ballarat o piccoli gioielli come Maldon e Castlemaine, sembra che qui la conquista all’ora sia iniziata l’altro ieri e che il tempo si sia fermato per qualche secolo, lasciando insegne sbiadite, banche di altri tempi e la lentezza giusta per fare una colazione abbondante.

Magari a Ballarat, nel dehors di Yellow Espresso, con un ottimo full breakfast all’inglese o con le uova alla benedict. Oppure nella piccola città di Creswick, con un ottimo burger bacon & eggs e gli hash browns. Dovunque vi fermiate si torna indietro nel tempo e per un attimo tutto il resto scompare, come del resto ovunque in Australia. Forse perché siamo dall’altra parte del mondo, forse perché gli alberi perdono la corteccia e non le foglie, o forse perché tutto questo spazio ti fa credere di essere in un mondo parallelo. Comunque sia, è un mondo per cui vale la pena sorvolare terre e Oceani – a rischio di abbandonare la madrepatria e non prendere l’aereo di ritorno.

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