#50voltedisnè – marzo

#50voltedisnè

Gli alberi in centro si sono riempiti di fiori rosa, di tanto in tanto il cielo è diventato azzurro, abbiamo guadagnato un’ora di luce, abbiamo votato, siamo stati alle terme, abbiamo ospitato un gatto e siamo fuggiti il tempo di weekend. E intanto, siamo arrivati al terzo mese: no, niente bambini in viaggio. Il conteggio è quello del progetto #50voltedisnè. Per chi si fosse perso le puntate precedenti: un anno, i migliori 50 ristoranti di Torino, una guida per conoscerli tutti e due palati onnivorissimi per assaggiare senza sosta.

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#50voltedisnè – febbraio

Giardiniera di tonno di coniglio, insalata russa, vitello tonnato e carne cruda con gelée al bitter

C’è chi dice che febbraio sia il mese dell’amore e chi invece sostiene che per baci e abbracci sia sempre il mese giusto. Noi, guarda un po’ che sorpresa, febbraio l’abbiamo dedicato a mangiare e a continuare il progetto #50voltedisnè, oltre che ad altre cose belle come disegnare barbabietole e foglie d’insalata sul mio blocco per appunti, leggere Marilynne Robinson, guardare “The Good Fight” e osservare la neve cadere. Cos’è #50voltedisnè? In sintesi estrema, questo: un anno, i migliori 50 ristoranti di Torino, una guida per conoscerli tutti e due stomaci per assaggiare senza sosta. I due stomaci, per inciso, non sono tutti miei – uno appartiene al fedelissimo consorte e Vichingo.

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#50voltedisnè – Gennaio

L’idea ci è venuta una di quelle domeniche pomeriggio in cui fa buio presto e già verso le 6 si inizia a sentire lo scoppiettio dei fornelli a gas che si accendono uno dopo l’altro, nelle case. Forse ascoltavamo Leonard Cohen sbucciando patate, forse i Sigur Ros scaldando il brodo per la zuppa. Sia come sia, avevamo lì vicino la guida de I Cento 2018. Per chi non la conoscesse: trattasi di una guida che mette insieme i migliori ristoranti di Torino, 50 top e 50 pop (spesa sotto i 25 euro). La scrivono Stefano Cavallito, Alessandro Lamacchia e Luca Iaccarino, con grande humour e tono informale, come tra amici. La pubblica Edt, una casa editrice torinese che in quanto a cibo sa il fatto suo. Comunque, era lì sul tavolo, e noi ci diciamo: sarebbe bello provarli tutti, questi ristoranti. O almeno i primi 50, ecco. Peccato che ci vorrebbero anni. Poi, l’idea: non per forza. Non se li proviamo uno a settimana, per 50 settimane: un anno, 50 ristoranti di Torino, una guida per conoscerli tutti e due stomaci per assaggiare senza sosta. All’obiezione: e il vile denaro? Risparmieremo.

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Una cena al buio per vedere davvero

Cena al buio

Immagina di essere a cena fuori. Non hai messo il rossetto, e neanche quell’abito bianco che ami tanto perché hai paura di macchiarti di sugo come quando eri bambina. Hai spento il cellulare e il ragazzo che ti è accanto si è tolto l’orologio da polso. Qualcuno di cui non vedi il volto ti prende per mano e ti porta in una stanza di cui non conosci le dimensioni, la forma, la disposizione dei tavoli. È così buio che non osi muoverti.

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Circumnavigare l’Africa: a cena da Magorabin

Magorabin

Un conto è andare a cena fuori, un conto è andare da Magorabin. Da Magorabin non si mangia, o almeno: non soltanto; da Magorabin si fa un’esperienza. È un po’ lo scarto che c’è tra il guardare un quadro (bellissimo) appeso a un muro in casa di amici e il ritrovarsi nel bel mezzo di una performance di Marina Abramovic. Non è che si possano fare paragoni: sono proprio due campionati diversi. A quel campionato c’è chi dà un certo numero di stelle, chi lo mette nella casella dell’alta cucina. Io credo, più semplicemente, che abbia a che vedere con il far vivere esperienze, solo che invece di musei e videoinstallazioni ci sono piatti, forchette e sapori che ti spalancano davanti mondi interi.

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Una cena al Kido-ism (ovvero: 27 cose che ho imparato)

Kidoism

Ogni volta che mi ritrovo a soffiare una candela in più mi dico che, dopotutto, resto sempre la stessa. La ragazza con le gonnellone che s’inciampa ma si ostina a mettere i tacchi, la ragazza che legge, scrive, mangia e cucina, la ragazza che si è innamorata di un vichingo nato in Piemonte e non ha mai smesso di amarlo da allora. Allo stesso tempo, però, è chiaro che qualcosa di diverso c’è. Un po’ come un piatto che conosci, ma che ha quel qualcosa in più, quel qualcosa che ti fa dire, “ma guarda un po’, allora il tempo passa per una ragione”.

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