Una cena al buio per vedere davvero

Cena al buio

Immagina di essere a cena fuori. Non hai messo il rossetto, e neanche quell’abito bianco che ami tanto perché hai paura di macchiarti di sugo come quando eri bambina. Hai spento il cellulare e il ragazzo che ti è accanto si è tolto l’orologio da polso. Qualcuno di cui non vedi il volto ti prende per mano e ti porta in una stanza di cui non conosci le dimensioni, la forma, la disposizione dei tavoli. È così buio che non osi muoverti.

Si chiama cena al buio e la organizza l’ASD Polisportiva UICI Torino Onlus – Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, per la prima volta in collaborazione con Eataly Lingotto. Parte del ricavato della cena andrà all’associazione, che lavora per incoraggiare e sostenere le attività sportive e fisiche dei non vedenti: dalla scherma allo sci di fondo, passando per il nuoto e il ciclismo o la danza del ventre. Una cena che è un’esperienza sensoriale, senza dubbio, ma anche un modo per sensibilizzarsi su quella che è una condizione quotidiana di moltissime persone molto difficile da immaginare.

Uno dei ragazzi dell’associazione mi dà la mano e mi accompagna al posto. Capisco fin da subito che qui la gerarchia dei cinque sensi si ribalta e il tatto arriva in cima, creando intimità che normalmente ci sembrerebbero intrusioni. Il ragazzo si assicura che abbia trovato la sedia, aspetta che mi accomodi, attende che mi si sieda accanto anche il Vichingo, poi va a prendere qualcun altro. Restiamo soli, o almeno così sembra, e iniziamo a esplorare i centimetri che abbiamo davanti. Trovo un sacchetto con del pane, tre bottiglie (ma chissà quale d’acqua e quale di vino), i bicchieri (niente calici, troppo pericolosi), le posate. Cerco di avvicinare tutto il più possibile, ho paura che qualcuno mi prenda le posate senza volerlo. Tasto le bottiglie, una ha il tappo di sughero. Sarà vino di certo. Metto in bocca un pezzo di pane e mi sembra che lo scrocchiare della crosta mi rimbombi dentro.

Intanto la sala si riempie, il chiacchiericcio aumenta. I ragazzi dell’associazione ci spiegano che, senza la vista, è molto più difficile modulare la voce: non sono chiare le distanze, viene spontaneo alzare il volume. Sembra di essere a una sagra di paese, eppure scopriremo più tardi che i vicini di tavolo sono a pochi centimetri da noi. Il vino sparisce subito, non sappiamo dove. Ci mettiamo un bel po’ di tempo a recuperare una bottiglia e quando arriva siamo tutti felici di versarci quello che sembra un ottimo vino rosso.

Poi, ecco i piatti. Alcuni s’identificano subito (l’insalata russa, la purea di patate), altri ci si mette un po’ di tempo. La polenta per qualcuno è semolino, il brasato una bistecca. Ma la difficoltà maggiore sta nel mangiare. Provo a tenere il piatto vicino al viso, ma pesa troppo e ci rinuncio. Mi abbasso io, mi avvicino alla tavola cercando di non far cadere nulla. Faccio bocconi o troppo grossi o troppo piccoli, e, soprattutto, non ho mai idea di quanto cibo resti nel piatto. Con gli spaghetti me la cavo, ma tagliare la carne si rivela una missione impossibile. Mi ritrovo a ingoiare mezzo brasato alla volta e a masticare per decine di minuti un singolo boccone. Ivano, dell’associazione, ci spiega che di solito i non vedenti si basano sul peso: tengono il bicchiere in mano e capiscono se è pieno o meno. Io, invece, ci metto dentro l’indice e verso il vino cercando di non farlo traboccare.

Il buio non mi dà il fastidio che temevo, ma gli occhi mi bruciano e cercano la luce mentre ascolto Ivano, Titti e gli altri che raccontano le loro esperienze. Qualcuno chiede come si fa a innamorarsi. Rispondono che ci si innamora a un livello più profondo, che va oltre l’aspetto fisico. Ed è questa profondità ciò che più mi colpisce della serata, molto più che delle difficoltà pratiche o degli enigmi posti dal cibo. Davanti a noi c’è una coppia: ci diamo del tu fin da subito, ci presentiamo, ridiamo come se ci conoscessimo da sempre. Sono dentisti, lei vive a Madrid. Non so che aspetto abbiano, ma mi sembrano brave persone, gente simpatica.

Io e il Vichingo siamo persone introverse. Di solito mi ci vuole tempo, per parlare di me. Ma qui è diverso: non ci si vede, non ci sono prime impressioni visive, punti di riferimento. Si è chi si è e basta. E infatti, quando si accendono le luci, il mondo si ribalta. Gente che credevo giovanissima ha in realtà una sessantina d’anni e gente di cui mi ero immaginata i capelli castani in realtà li ha biondi. Ora vedo la bellezza sfoggiata per colpire, vedo i soldi che si fanno abiti, vedo l’età che diventa una barriera. In realtà, mi rendo conto, è la vista la barriera: ci rivolgiamo in modo diverso alle persone in base alla loro età, al loro aspetto, al colore dei loro capelli e alla marca dei loro orologi. Anche se non vogliamo lo facciamo è basta, perché la vista è troppo potente, troppo invasiva per permetterci di giudicare dalla voce.

Guardo il tavolo: le posate sono unte, piene di ditate. Il bunet l’ho mangiato quasi tutto. Nei bicchieri che ho davanti, però, vedo solo acqua. Assaggio. Ho bevuto vino bianco tutta la sera, e così i miei vicini. Il Barbera, se c’era, l’hanno dato a un altro tavolo. Quando mi alzo saluto i nostri compagni di tavolata, che mi sembra quasi di non conoscere più. Poi mi avvicino a Ivano, gli tocco una spalla. Ma lui sa dove sono, lo sa sempre, segue la mia voce. Gli dico grazie e dentro quel grazie c’è tutto quello che ho imparato questa sera, tutto quello che ho scoperto, tutta l’ammirazione che provo per la loro forza e per il sorriso con cui affrontano la vita e, nel buio, riescono a riempirla di luce. Mi ringrazia anche lui e, uscendo, mi chiedo come mi abbia immaginata.

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