#50voltedisnè – Gennaio

L’idea ci è venuta una di quelle domeniche pomeriggio in cui fa buio presto e già verso le 6 si inizia a sentire lo scoppiettio dei fornelli a gas che si accendono uno dopo l’altro, nelle case. Forse ascoltavamo Leonard Cohen sbucciando patate, forse i Sigur Ros scaldando il brodo per la zuppa. Sia come sia, avevamo lì vicino la guida de I Cento 2018. Per chi non la conoscesse: trattasi di una guida che mette insieme i migliori ristoranti di Torino, 50 top e 50 pop (spesa sotto i 25 euro). La scrivono Stefano Cavallito, Alessandro Lamacchia e Luca Iaccarino, con grande humour e tono informale, come tra amici. La pubblica Edt, una casa editrice torinese che in quanto a cibo sa il fatto suo. Comunque, era lì sul tavolo, e noi ci diciamo: sarebbe bello provarli tutti, questi ristoranti. O almeno i primi 50, ecco. Peccato che ci vorrebbero anni. Poi, l’idea: non per forza. Non se li proviamo uno a settimana, per 50 settimane: un anno, 50 ristoranti di Torino, una guida per conoscerli tutti e due stomaci per assaggiare senza sosta. All’obiezione: e il vile denaro? Risparmieremo.

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Una cena al buio per vedere davvero

Cena al buio

Immagina di essere a cena fuori. Non hai messo il rossetto, e neanche quell’abito bianco che ami tanto perché hai paura di macchiarti di sugo come quando eri bambina. Hai spento il cellulare e il ragazzo che ti è accanto si è tolto l’orologio da polso. Qualcuno di cui non vedi il volto ti prende per mano e ti porta in una stanza di cui non conosci le dimensioni, la forma, la disposizione dei tavoli. È così buio che non osi muoverti.

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Di collina in collina, viaggio in Inghilterra

Inghilterra

Quello che continuo a non spiegarmi è come possa l’Inghilterra, con tutti quegli abitanti, quelle metropoli e quegli autobus a due piani, conservare intatte le sue ondulate strade di campagna, i suoi tunnel di alberi e le sue pecore che brucano lente accanto ai dolmen. È una sorta di meraviglia, la mia, per quell’andare su e giù tra le colline, che simboleggia così bene una sorta di andatura del cuore: quella che ci ricorda come sia sempre, inequivocabilmente, il pomeriggio perfetto per un lungo, dolcissimo, tè delle cinque.

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Circumnavigare l’Africa: a cena da Magorabin

Magorabin

Un conto è andare a cena fuori, un conto è andare da Magorabin. Da Magorabin non si mangia, o almeno: non soltanto; da Magorabin si fa un’esperienza. È un po’ lo scarto che c’è tra il guardare un quadro (bellissimo) appeso a un muro in casa di amici e il ritrovarsi nel bel mezzo di una performance di Marina Abramovic. Non è che si possano fare paragoni: sono proprio due campionati diversi. A quel campionato c’è chi dà un certo numero di stelle, chi lo mette nella casella dell’alta cucina. Io credo, più semplicemente, che abbia a che vedere con il far vivere esperienze, solo che invece di musei e videoinstallazioni ci sono piatti, forchette e sapori che ti spalancano davanti mondi interi.

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La Trattoria Zappatori e i viaggi dell’anima

Entrare alla Trattoria Zappatori crea, per un attimo, un cortocircuito spaziale. Sembra di stare in Giappone, ma forse anche in Svezia, eppure eravamo sicuri di essere arrivati a Pinerolo. La Trattoria è colonna portante della città dal 1890, ben prima che arrivasse lo chef: tanto che l’insegna pare proprio quella di una trattoria dura e pura. Poi entri nel cortile interno, svolti a sinistra, suoni il campanello e ti ritrovi in Svezia, in Giappone, o forse entrambi, ma dopotutto che importa: sei nelle mani dello chef Christian Milone, e tanto basta. Figlio di ristoratori che nemmeno ci pensava a cucinare e che per anni ha avuto una carriera da ciclista professionista, dal 2006 Christian ha portato sfide e dedizione in cucina, dedizione che gli ha fruttato una stella Michelin.

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Una cena al Kido-ism (ovvero: 27 cose che ho imparato)

Kidoism

Ogni volta che mi ritrovo a soffiare una candela in più mi dico che, dopotutto, resto sempre la stessa. La ragazza con le gonnellone che s’inciampa ma si ostina a mettere i tacchi, la ragazza che legge, scrive, mangia e cucina, la ragazza che si è innamorata di un vichingo nato in Piemonte e non ha mai smesso di amarlo da allora. Allo stesso tempo, però, è chiaro che qualcosa di diverso c’è. Un po’ come un piatto che conosci, ma che ha quel qualcosa in più, quel qualcosa che ti fa dire, “ma guarda un po’, allora il tempo passa per una ragione”.

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